Amir D. Aczel – The Riddle of the Compass

«The latter part of the thirteenth century […] could rightly be called the beginning of the commercial revolution. […] The reason for the change that started to take place during this period was the scientific improvement of world wide navigation, allowing goods to be transported efficiently and reliably across the seas. A single invention – that of the magnetic compass – made this possible» (p. 3) – invenzione che ancora oggi affianca le strumentazioni elettroniche.

Aczel già da piccolo teneva il timone della nave a vapore del padre, ha quindi un particolare rapporto con la bussola, la cui storia «is a great tale of human ingenuity» (p. 6). Una storia misteriosa e complessa. Aczel la ripercorre partendo da Amalfi, dove nel Trecento sarebbe vissuto Flavio Gioia, il suo inventore, passando per i navigatori antichi e i loro metodi per orientarsi in mare aperto – stelle, correnti, venti, uccelli migratori, uccelli tenuti sulla nave per sapere se la terra è vicina (se, liberato, torna non lo è, vedi Noè), scandagli, fari (il colosso di Rodi), eccetera.

Intermezzi. Come funziona la bussola? E la rosa dei venti da che cosa ha origine? E già che ci siamo, come fanno i salmoni a sapere dove andare?
Aczel torna infine ad Amalfi, e più in generale nel napoletano, e via allargando fino ai primi riferimenti letterari alla bussola, in Francia e in Italia, con Dante come esempio primo.
Dissertazione filologica sulle fonti che attribuiscono l’invenzione a Flavio Gioia.
Arrivo a Venezia, Marco Polo, commerci e bussole.

L’autore è diligente, racconta la storia di Marco Polo e quella di Venezia, spiegando come la bussola avesse dato maggior forza commerciale alla città, e a Genova poi. Racconta la diffusione dello strumento nel nord Europa (scarsa) e nell’Oceano indiano (scarsa anche lì, i monsoni bastavano per orientarsi). Insomma, dalla storia della bussola – una storia che inizia molto presto, ben prima del Trecento – si passa alla storia che la bussola ha reso possibile.

Non è questo un libro convincente. Aczel ha fatto un discreto lavoro di ricerca, ma il suo racconto è un po’ noioso. All’inizio il ritmo è serrato, tonico, ma poi si allunga nella prolissità; non si può imputare all’autore mancanza di informazioni, al contrario, ma Aczel non è riuscito a usarle in modo da costruire un libro interessante. Traspare la necessità di tirare in lungo, e già così sono solo centoventisette pagine. Aczel non narra, descrive. È successo questo e quello, Venezia aveva ottantamila abitanti prima e centoventimila poi, dopo di che è arrivata la peste, ne sono morti tre quarti e poi la città si è ripresa. Marco Polo «traveled much in the east, and in total traveled more extensively than any person before him in all of recorded history» (p. 89). Eh già.

E non è neanche tanto divertente. In fondo la notizia definitiva su chi abbia davvero inventato la bussola – cinesi o italiani? o sia gli uni sia gli altri indipendentemente? – non è così piccante e le indagini di Padre Bertelli, un simpatico e rompiscatole barnabita dell’Ottocento, appartengono più all’erudizione spicciola che a un libro divulgativo – si veda per esempio la dissertazione sulla proliferazione delle varianti sul nome Gioia: «A number of sources say that the inventor of the compass was Flavio Goia, rather than Gioia. Others call him Giovanni Goia. Then there are references to Flavio or Giovanni Goya. And there are sources that give his last name as Gira, or Gisia, or Giri. Then the first name Francesco was added to the list of names and combinations of names of the supposed inventor of the compass in Amalfi in 1300. Finally, someone suggested that there were two inventors of the compass in Amalfi, two brothers. One was Flavio Gioia, and the other Giovanni Gioia» (p. 59).
D’accordo, la questione è significativa per una questione trasmissione storica del nome, ma insomma che pizza.
Comunque, dopo tre pagine la morale è che «it doesn’t matter what name we give to the inventor of the Amalfi compass. There was such an inventor, or perhaps two or more inventors. The important fact is that someone in Amalfi invented the boxed compass used in navigation. We may call that person any name we like – or at least the people of Amalfi can call him any name they like. And Flavio gioia is as good a name as any. Flavio is a rare classical name, linking the inventor of the compass to Italy’s Roman tradition, and Gioia in Italian means joy» (p. 62).

Insomma, abbiamo un articolone stiracchiato a libro. Il titolo, però, attira.

Il libro di Aczel sull’esistenza di vita nell’universo era migliore; se non ricordo male era più equilibrato e sobrio, l’argomento decisamente più sapido. Anche a proposito di quel libro avevo dei dubbi circa la risposta del pubblico, dubbi che qui sono ben maggiori.

Andrea Antonini, 26 settembre 2000