Bruno Bertoli – No money, Please! Favoletta civile per tempi difficili

Un disastro nucleare da qualche parte in Europa, il protagonista narrante di questa «favoletta» sopravvive. I primi tempi li passa nella sua casa, collegato al mondo con internet, poi viene trasferito in una comunità dove conosce una ragazza, con cui fa comunella, e vari personaggi, tra cui un «professore». Infine ognuno andrà per la propria strada, via a ricostruire il mondo.
La trama è solo un fragilissimo pretesto per allineare una quantità di conversazioni e considerazioni che vorrebbero essere edificanti o, immagino, vorrebbero spingere alla riflessione – al denaro come oggetto sostituiamo il valore come bene, pensiamo a un mondo ideale dopo la distruzione, e il conflitto tra le classi sociali?, e via così – e invece spingono solo al rancore nei confronti dell’autore.
Il libro è orribile. Una collezione di affermazioni ovvie quanto inutili1 e di buoni sentimenti. Un manuale di vita alternativa che solo un dodicenne con Umwelt oratoriale potrebbe apprezzare con gusto.
Basta con l’agricoltura intensiva, con l’energia sporca, con l’inquinamento, con i «mostruosi ammassi umani» delle metropoli, con le scuole non a misura d’uomo; basta con il consumismo;2 basta con la televisione.3
Non mancano i rimandi pseudoantropologici,4 e fa anche la sua comparsa la solita precisazione che il laico prudente ma obiettivo antepone ai discorsi di un prete: «le parole di questo prete intelligente…» (p. 56).

Dopo il pistolotto contro gli eccessi religiosi (pp. 72 ss.) si arranca nello stupore fino alla fine, dove viene presentato, pp. 107-108, il messaggio del messia Bertoli – leggerlo è una brutta esperienza.

Il nostro simpatico autore vuol fare l’Adriano Celentano colto: stessi concetti un tanto al chilo, ma bene allineati, pulitini.
Questo è un libro perfettamente inutile. Intanto non è una favola – ovviamente la favola è edificante per quanto non dice: qui abbiamo cento pagine di elenchi espliciti di cose giuste e sbagliate.
Poi non è chiaro a chi Bertoli voglia rivolgersi. Forse a quelli che sognano acciaierie alimentate dai mulini a vento e collegamenti regolari Milano- New York in aliante. Perché una persona sente il bisogno di radunare un tale ammasso di luoghi comuni? Pensa davvero il Bertoli di fare un favore a qualcuno spiegando, assieme a mille altri, che tutto quello che c’è è cacca?5

Comunque, anche prescindendo dal contenuto il libro è illeggibile, in parte perché manca qualsiasi narrazione, sostituita da un italiano pseudoforbito e prolisso, in parte perché lo stile pedagogico-didattico è estremamente indigesto anche per chi in linea di principio condividesse le idee di Bertoli, figuriamoci per uno che passa per caso.

1 «[…] la terra, innanzitutto, i terreni che possono essere coltivati: non è indispensabile e obbligatorio sviulppare l’agricoltura intensiva, che richiede di necessità un uso spropositato di additivo chimico inquinante […]. Bisogna avere cura delle foreste e dei boschi e non abbandonarli a se stessi. […] Poi le maree: possono produrre energia elettrica pressoché all’infinito. […] Poi l’aria: l’energia che può venire dal vento è pressoché infinita. Poi il sole: l’energia che può venire dalla nostra stella è pressoché infinita. […]» (pp. 26-27).
2 Ma qui il Bertoli è indulgente: «[…] la gente potrà avere tutto quel che c’è ora e che riempie le vetrine e che fa bella e comoda la vita, con l’ovvia avvertenza che dovrà essere evitato il superfluo […]» (p. 27) – un integralista illuminato.
3 «[alla mancanza di radio e televisione] aveva già avuto modo di abituarsi nel periodo trascorso nella casa giù al mare (ma per la verità anche prima, perché da anni ormai si era liberato dal vincolo della televisione come rito quotidiano e questo, che all’inizio era stato quasi un atto istintivo di legittima difesa, di fastidio e rifiuto nei confronti della stupidità di quai tutti i messaggi televisivi, gli aveva poi rivelato – inaspettatamente – le straordinarie ricchezze che riusciva man mano a scoprire attraverso il tempo recuperato per sé e tolto alla intossicazione da video)» (p. 37).
4 «[…] tra quelle due […] si era creato un legame sottile e profondo fatto di condivisioni sentite insieme, come soltanto tra donne a volte può accadere: cioè un rapporto sempre misterioso per un uomo, perché sembra sia capace di attingere a quelle zone della psiche che richiamano il sentimento (o l’istinto) del possesso e della maternità, che è di tutte le donne […]» (p. 56).
5 Immagino che il Bertoli sia uno di quelli che va alle riunioni dei no-logo volando su Boeing 757, comunicando con cellulari Motorola e scambiandosi controrinformazioni attraverso la rete militare internet, utilizzando software Microsoft e hardware IBM assemblato da lavoratori taiwanesi sottopagati – ma niente Coca-Cola.

Andrea Antonini, 6 febbraio 2002