Hartmut Lange – Das Streichquartett

Abbiamo Berghoff, primo violino del quartetto che porta il suo nome, che un bel giorno decide di includere il Quartetto op. 37 di Schönberg nel repertorio, «perché qualcosa di moderno ci vuole», e che turbato da una sorta di spiacevole tintinnio prodotto dal proprio violino accarezza l’idea di comprarne un altro. Ma ecco l’occasione: un eccellente strumento, una bella occasione trovata leggendo le inserzioni su un giornale.
Ma quel violino da diciottomila marchi (che ne vale trentaduemila – ma sono comunque cifre ridicolmente basse per buoni strumenti) lui non se lo può permettere. Sorpresa, però: lo trova un giorno a casa: chi l’ha messo, com’è la faccenda? Chi l’ha comprato? Chi l’ha pagato?
Berghoff è un tipo problematico. Visto che il violino non l’ha pagato lui, che diritto ha di suonarlo? – «“Die Geige gehört mich nicht”, sagte er schroff. “Sie gehört, der sie bezahlt hat”» (p. 78).
La faccenda ha forse a che fare con la moglie di Berghoff, che si prende un’interminabile vacanze con i figli, troppo interminabile, ma perbacco: «“Mach dir keine Sorgen. Es ist völlig unmöglich, daß eine Frau, mit der man so lange verheiratet ist, einfach verschwindet”» gli dice il collega e amico (p. 65).
E in effetti: «“Eifersuchtsdrama! Berühmter Geiger tötete Frau und Kinder” brachten die Boulevardzeitungen […]» (p. 134).

Questa maratona introspettiva teutonica presenta dei tratti originali e interessanti.
Il problema è che questo mondo musicale, il protagonista, i suoi compagni, le frasi, tutto quanto ruota attorno alla musica – che per un racconto intitolato Das Streichquartett non è poco – è drammaticamente ridicolo. Un musicista non direbbe mai le frasi che dicono questi qui, i ritmi, le atmosfere, tutto è grossolanamente fasullo – il modo di considerare e provare Schönberg, i dialoghi sul violino (il 4° capitolo, pp. 19 ss. è grottesco).

Il racconto prende quota verso la metà, ma il grottesco è e rimane eccessivo. Immagino che Lange non sia un autore sprovveduto e abbia voluto calcare la mano, forse per ottenere un effetto didascalico. Tuttavia ne dubito. L’«arte» di Berghoff e compagni è un’arte semplificata così come spesso l’immagi­na chi ne prova una nostalgia senza possederne però l’esperien­za.
In ogni caso questo racconto, che nella struttura e nel senso avrebbe potuto funzionare con mille altri pretesti narrativi (ed è un complimento), risulta troppo pacchiano – come una Jaguar a pois.

In altra forma sarebbe stato un buon racconto (ma la «FAZ» e la «Süddeutsche Zeitung», nei risvolti, vaneggiano).

 

Andrea Antonini, 26 ottobre 2001