Isaak Behar – Versprich mir, dass du am Leben bleibst. Ein jüdisches Schicksal

Storia autobiografica di Isaak Behar, figlio di ebrei sefarditi emigrati in Germania negli anni Venti del Novecento. Diciannovenne, Isaak si ritrova da solo, genitori e parenti deportati, a sopravvivere di nascosto a Berlino, nell’oscurità, nei sotterranei della metropolitana. Una situazione che apparentemente tra le più pericolose dà però qualche speranza di sopravvivenza («Die Großstadt, so hatte ich gehört, war für U-Boote wie mich, die keinen Hafen hatten, das beste Versteck. In einer Kleinstadt oder gar auf dem Dorf, wo jedere jeden kannte, hätte man sich auf der Straße gar nicht zeigen können, ohne gleich aufzufallen», p. 1071).
Dalla giovinezza dei genitori fino ai tempi recenti, Behar espone i fatti con freddezza, lasciando appena trasparire le emozioni.
Il libro vale come ulteriore documento. Ma le vicende vengono presentate in modo troppo patinato, forse levigate da cinquant’anni di elaborazione. Come in altre autobiografie recenti di sopravvissuti, c’è contrasto tra le vicende – purtroppo tutte simili (i genitori portati via, la solitudine tra amici che non possono o vogliono più essere tali e polizia pronta a uccidere) – e il tono. Un contrasto che può funzionare in una resa cinematografica, ma che con la parola scritta dirotta inevitabilmente verso, appunto, il documento, non verso il racconto.

La promessa del titolo è quella fatta da Behar nel 1943 a Hans, uno dei pochi ad averlo aiutato.

Andrea Antonini, 5 maggio 2002