Medardo Tigre – I Percorsi dell’Estasi

Medardo Tigre presenta un testo che è forse la cosa in assoluto più brutta che mi sia mai capitato di leggere.

I percorsi dell’estasi (anzi: Percorsi e Estasi in maiuscolo, come Decostruzionismo e Heideggeriano), dice. Un titolone che nasconde il più «semplice» tentativo di analizzare le raffigurazioni dell’estasi, il modo in cui l’estasi viene presentata a coloro che non possono viverla: «Lo scopo di questa mia ricerca non è di definire l’essenza dell’estasi. […] Il primo obiettivo di questo saggio, infatti, è di comporre una complessa e articolata morfologia dell’estasi. In altri termini, il mio interesse è per le forme, per le rappresentazioni, piuttosto che per una fantomatica essenza» (p. 5).
Che sarà mai una morfologia dell’estasi?

Prima il nostro Tigre presenta gli strumenti di cui farà uso: la scuola semiotica di Algirdas J. Greimas, «incomparabilmente sviluppata», dopo di che si lancia in un turbinio di brevissime analisi che definire eclettiche suona già come un complimento. Nietzsche, Sartre, Derrida, Heidegger, Eco, Carlo Ginzburg, ma anche Werner Herzog, e Salvator Dalí, mischiato a Giovanni Pozzi e Heidegger. Un gran casino, all’interno del quale l’autore spreca molte parole per dare giudizi di valore e per giustificarsi per non avere approfondito questo o quell’argomento.1

D’altra parte, come potrebbe approfondire? Il tema scelto dal Tigre è immenso; ciascuno degli argomenti da lui presentati avrebbe bisogno di studi approfonditi – uno a caso: l’osservatore del mistico all’interno del quadro, spettatore al pari dello spettatore esterno al dipinto.

Annuncia l’autore a pagina 10: «L’ultima parte del saggio è forse quella che mi ha appassionato di più. In essa mi occupo delle figure dell’estasi» (p. 10). Andiam bene: è la parte peggiore del libro, quella nella quale Tigre ormai non ha più niente da dire e spara fuori qualche vaga considerazione, a volte persino incomprensibile: che cavolo vuol dire l’ultimo capoverso di p. 254?

Non so chi sia Medardo Tigre, né perché esista questo suo scritto, che ha tutta l’aria di una tesi di laurea così così, confezionata assemblando materiale precotto e di facile disponibilità (si veda la bibliografia), priva di qualsiasi ricerca originale.2

Il ragazzo ha compiuto diversi errori fondamentali: primo e più grave si è imbarcato in qualcosa che non conosce; secondo, ha scelto di utilizzare un ristretto numero di strumenti interpretativi, proprio in un campo nel quale l’interpretazione richiede, per andare oltre la banalità, conoscenze ad hoc. Leone dà tutto per scontato, tutto per incasellato, parla di Controriforma (anche quella in maiuscolo, mi raccomando) come se fosse un’entità astratta, cita volentieri sant’Ignazio ma ignora il pensiero ignaziano sulla musica, non esattamente controriformistico; ignora il valore della litania e del rosario, l’estetica della liturgia, ignora il pensiero luterano (forse perché non conosce il tedesco); copia qui e là pensando che mettere in uno stesso libro Fubini e la teosofia faccia fino, colto, che ne so.
Per scrivere un libro così probabilmente non basta una vita, e non a caso la letteratura sull’argomento campa di spezzoni, di saggi brevi costati anni di studio – sulle fonti, non su quello che hanno detto altri.

1 «Lo rileva molto bene G. Pozzi […]» (p. 123); «Accogliamo con gusto la briosa ironia echiana […]» (p. 28); «Michel de Goedt ne discute con precisione […]» (p. 47); «[…] i celebri Fioretti di Francesco» (p. 137); «Si tratta, come bene evidenzia Mino Bergamo in uno dei suoi magistrali studi […]» (non trovo più il numero di pagina…). Per non parlare del commento alle parole di Dalí, pp. 77, 78, 79: «Nei primissimi anni ’50, Dalí conosce un periodo di acceso (quanto farneticante) misticismo. […] Il dettato delirante del pittore […] Siamo, come si sarà facilmente notato, al delirio più totale. Non crediamo si possa utilizzare la parola di Dalí per conoscere qualcosa sull’estasi [e allora perché lo citi per tre pagine?]» – ma il «delirio» di Dalí è la cosa migliore del libro, di certo la più amabile. E comunque, Leone ha mai letto i mistici per così dire, ufficiali? Probabilmente pensa che si tratti di individui dotati di Vernunft illuministica. E che qualità sarà mai l’intensità del Libro di Giovanni: «[…] nel Libro di Giovanni – intenso vangelo gnostico […]» (p.22)?
2 Avvalorano l’ipotesi della tesi di uno studente lecchino e disposto al lavoro servile queste belle frasi: «Questa volta potrei quasi vantarmi di aver dimostrato qualcosa. E infatti, grazie a un laborioso e appassionante studio dell’annalistica del XVII secolo […] ho messo in luce […]» (pp. 266-267); «Prima di mettere la parola fine a questa lunga ricerca, che ha impegnato buona parte delle mie energie per lungo tempo, ma alla quale volentieri continuerei ad accordare attenzione e lavoro […]» (p. 268).

 

Andrea Antonini, 19 febbraio 2002