Irene Gut Opdyke (with Jennifer Armstrong) – In My Hands. Memories of a Holocaust Rescuer

È la storia di come Irene durante la guerra sia riuscita a salvare sei persone, arrivando a nasconderle nella stessa casa del maggiore tedesco presso cui lavorava, nella Polonia occupata dai nazisti.
Allieva infermiera, Irene si ritrova nel settore russo, da cui è obbligata a fuggire per avere preso a bottigliate un ufficiale sovietico che la voleva violentare. Grazie al cognome (Gut) e all’aspetto – capelli biondi e occhi azzurri – riesce a raggiungere la parte tedesca, ma non può tuttavia evitare di finire in una malsana fabbrica di munizioni. Durante la visita di un gruppo di ufficiali la ragazza, diciassettenne, sviene, tuttavia per lei non c’è l’uccisione, come accade per i suoi compagni di lavoro che non riescono a sostenere la fatica. Viene accolta come domestica nella casa di un anziano maggiore, e messa sotto l’autorità di un paterno attendente. Riesce a fare ‘assumere’ altre persone nella casa, man mano che il lavoro cresce, ebrei, e dopo avere assistito all’uccisione per le strade di ebrei in fuga cerca come può di aiutare la gente del ghetto – una «goccia nel mare», ma è tutto che può fare e soprattutto vuole fare. L’attendente sa delle azioni della ragazza, fa finta di nulla e anzi la aiuta come può.
Irene ha ampie libertà di movimento, grazie ai lasciapassare e alla sua vicinanza al maggiore, che usa con autorità ai posti di blocco.
Il maggiore decide di traslocare in una villa più tranquilla, e Irene vede la possibilità di sistemare i suoi amici nello scantinato – si sta avvicinando il momento della «definitiva liberazione» della città dagli ebrei. Peripezie dell’ultimo minuto, con i sei nascosti dietro una finta parete del bagno del maggiore, ma la manovra riesce. Passano così i mesi. durante i quali la sera e la notte i sei vivono nascosti nella villa, e durante il giorno ne fanno la propria casa, leggendo, fumando, ascoltando la radio e mangiando.
Irene aiuta anche quelli fuggiti tra i boschi circostanti.
Ispezione delle SS, informate della presenza di ebrei nella casa, reazione infuriata del maggiore e la cosa finisce lì.
Arriva però il giorno in cui il maggiore scoprirà il segreto – deciderà di restare in silenzio, ma Irene sarà la sua amante.
Arrivano i russi, fuga, Irene infine annichilita dalle malattie riuscirà a raggiungere un campo profughi – ironia della sorte spacciandosi per ebrea e grazie a lettere di comitati ebraici al corrente del suo operato.
Il giovinotto che la intervisterà in vista di una sua eventuale ammissione negli Stati Uniti sarà Opdyke, che diventerà suo marito.

Il libro è relativamente breve, ma la vicenda è fitta, messa insieme con capacità dalla scrittrice Jennifer Armstrong, la quale ammette di avere integrato con particolari non veri ma verosimili – e con l’approvazione e il consiglio di Irene Gut Opdyke – i punti ormai dimenticati.
La storia tentenna un po’ all’inizio, con forse un eccesso di particolari autobiografici sino alla adolescenza, ma poi si legge tutta d’un fiato. Se di solito ho qualche perplessità di fronte a opere che ricostruiscono dopo molto tempo i fatti dell’ultima guerra, devo qui ammettere che il lavoro di ‘bella strutturazione’ ha un senso. Il lettore, soprattutto il più giovane, ha la possibilità di entrare in contatto con l’olocausto attraverso una fonte vera e al contempo non di accesso facilitato.
Alcune belle fotografie aumentano il valore del libro, assieme a alcune brevi notizie sui superstiti e un rapido sunto storico del periodo.

C’è una certa dose di retorica all’americana qua e là, ma confinata in considerazioni generali e più che accettabile. Del mondo circostante vien fuori poco – e quel poco in modo quasi accidentale, come ad esempio la sconsolante confessione da padre Joseph (p. 217) o la fine del maggiore Rügemer (p. 267). Ma è un bene che le autrici non abbiano ceduto alla tentazione di divagare, il libro è compatto, unitario, bello.

Sono pressoché certo che questo libro, che vedrei volentieri pubblicato, non venderebbe che poche copie e credo che editori più specializzati avrebbero maggiore facilità a proporlo – ma sperando di incontrare un giudizio sul piano commerciale opposto al mio, consiglio di prenderlo in considerazione.

 

Andrea Antonini, 17 novembre 1999