Halina Poświatowska – Erzählung für einen Freund

Pubblicato pochi mesi prima della morte dell’autrice, questo è un racconto autobiografico, nella forma di diario o di lungo dialogo con un vecchio amico. L’autrice parla di sé e delle sue peripezie, ricorda i tempi passati con l’amico al quale ora trasmette il presente, con il quale a volte sembra quasi abbia voglia di bisticciare, a volte si lascia andare a confessioni.
La Poświatowska, nata nel 1935, soffriva di cuore, un disturbo congenito che nel 1967 l’avreb­be portata alla morte. Alla fine degli anni Cinquanta, dopo aver vagato negli ospedali polacchi, grazie a una raccolta di fondi sia in Polonia sia Negli Stati Uniti era riuscita a raggiungere Philadelphia per farsi operare a cuore aperto. Nel 1954 aveva sposato Adolf, conosciuto in un ospedale e morto dopo soli due anni di matrimonio. Aveva passato del tempo in America. E qui racconta.

È questa una traduzione dal polacco – ciò nonostante corrobora leggere il racconto di questa ragazza, così distante dal gelo di molta recente letteratura tedesca. Halina scrive con eleganza, non si nasconde dietro artifici, pur essendoci qualche tratto retorico qui e là, probabilmente dato dal periodo in cui questo diario venne scritto. Il tacere e il parlare delle prime righe – «Am liebsten würde ich schweigen, aber […] Schweigen klärt nichts» – è un tema che rimane sospeso per l’intero libro, nascosto nel rapporto di Halina con il mondo. E in questa che sembra a tratti una semplice descrizione risaltano per contrasto i pochissimi dialoghi, quasi tutti d’utilità – «Darf ich mich zu Ihnen setzen?»; «Würd­en Sie mit mir essen gehen?» – «Natürlich­»; «Madam, wir sind in New Heaven, wenn Sie nach New York fahren wollen, steigen Sie bitte schnell in den Zug da um»; «Wieviel kostet eine Reise nach Florida?».

A volte toccante nell’ingenuità della scrittura e poco interessante nelle vicende raccontate, questo libro ha un che di vuoto, manca qualcosa. Forse, semplicemente mancano le poesie dell’autric­e, quella «ricca produzione» in attesa di traduzione, manca il motivo per cui ci dovremmo interessare a questa giovane che le biografie dipingono come lontana dal suicidio e dalla disperazione e il suo diario rivela come una persona tormentata e semplice al tempo stesso. L’ope­ra poetica sembra quasi sottintesa in questo racconto conclusivo della vita di Halina, racconto che di per sé non ha abbastanza forza da stare in piedi da solo, soprattutto dalla metà in poi.

Così com’è, questo è un libro elegante ma tutto sommato senza senso.

 

Andrea Antonini, 25 ottobre 2000