Le mie prime radio CB

Nell’estate del 1972 si era al mare e mio fratello ricevette in regalo per il suo compleanno una coppia di ricetrasmittenti portatili in banda CB (Citizens‘ Band), due Sony ICB-160. Il design di questa radio è molto bello, con il corpo composto di due parti di alluminio che allontanate svelano altoparlante/microfono e il tasto del PTT, e danno tensione all’apparato.

Mi esaltai subito per quella radio, impadronendome senza troppo dolore di mio fratello, cui le cose tecniche non sono mai interessate granché. La portata era buona, il ricevitore era una supereterodina, a differenza dei ricevitori dei walkie-talkie giocattolo che giravano in quegli anni, semplicissimi reazione.

Scoprii presto che con quella radio si sentivano persone parlare tra loro per il solo gusto di chiacchierare, a volte con toni scherzosi, altre volte di faccende personali, molto spesso facendo riferimento a argomenti tecnici per me ancora misteriosi. Un giorno presi il coraggio e mi inserii nel discorso. Fui subito bene accolto, sembrava che quella gente la cui età andava dai dodici ai settant’anni mi conoscesse da sempre. Erano tutti gentili e disponibili, il primo tizio in assoluto con cui parlai venne addirittura a trovarmi alla casa sulla collina di Moneglia dove avrei passato molte vacanze nei successivi cinquant’anni. Era un CB che si faceva chiamare Squillo, come quello del telefono precisò subito, non nel senso delle donnine. Si presentò su una Cinquecento dotata di antenna e anche di persona fu come incontrare un vecchio amico, nonostante la forte di fferenza di età.

L’anno successivo mi portai al mare un ricevitore in onde corte anteguerra, un Hallicrafters S-20R che mi aveva regalato un CB di Milano, ex radioamatore. Quella radio ronzava da bestia e io sapevo che avrei dovuto cambiare l’elettrolitico di filtro. Squillo, che era il tecnico del paese, mi disse per radio di passare pure dal suo laboratorio anche se lui era fuori per lavoro e di prendere quello che mi serviva, cosa che feci, suo papà mi aprì la porta e mi lasciò frugare nei cassettini alla ricerca del condensatore del giusto valore. Era un mondo per me nuovo ed entusiasmante, abituato com’ero ai tetri e spesso orrendi figuri che popolavano casa dei miei in forma di parenti e amici di famiglia.

Quel portatile aveva un problema di base, trasmetteva su una frequenza a metà tra i canali 10 e 11 della CB riducendone ulteriormente le prestazioni già striminzite. Molto tempo più tardi avrei capito che quel particolare apparato era stato destinato al mercato inglese, in quanto nel Regno Unito avevano stabilito una canalizzazione diversa da quella usata in tutto il mondo, sfasandola di 5 kHz, così da scoraggiare i produttori giapponesi e favorire una produzione locale.

Il fatto che il quarzo non fosse molto preciso spostava comunque la frequenza verso il canale 11 e con i ricevitori AM dell’epoca con banda passante piuttosto larga, potevo comunque sentire e farmi sentire. Qualche mese più tardi, consultando l’edizione 1972 del Radio Amateur’s Handbook, dono dello zio di cui sotto, scoprii comunque che con un compensatore era comunque facile guadagnare quei 3 kHz necessari per essere perfettamente centrato sul canale, sia in ricezione sia in trasmissione, e il problema del fuori frequenza fu risolto.

Tornato a Milano dalle vacanze presentai la radio appunto a mio zio, esperto radiotecnico e certamente orgoglioso di un nipote interessato al suo mondo. Mi comprò un contenitore esterno per batterie, così da avere maggiore autonomia rispetto alla piletta da 9 volt. A quel punto per via del cavo che mi usciva dalla tasca e raggiungeva il connettore interno della radio non la si poteva più chiudere per spegnerla e andava persa la bellezza estetica dell’oggetto, ma pazienza. Poi avvicinandosi il freddo e non potendo più stare sul balcone a parlare con i CB della zona, mi ingegnai scollegando l’antenna telescopica e saldando al suo posto un connettore SO239 (la femmina del PL259) così da poter usare un’antenna esterna che mi ero nel frattempo comprato da Marcucci, una ground plane della Lafayette.
Mi procurai dei sottili pali da antenna tivù, il segai e assemblai con dei giunti a croce così da mettere l’antenna sul balcone verso la strada, sporgente di un metro e mezzo. Ne seguì una immediata rivolta condominiale, anche perché nel timore che venisse giù tutto avevo creato una appariscente ragnatela di fili di ferro che teneva su l’ambaradàn.

La baraonda dei vicini inferociti con tanto di diffide si placò quando spostai l’antenna su un balcone che dava sull’interno. A quel punto s’incazzò l’avvocato del piano di sopra che sosteneva di aver perso la gioia di vivere, con quell’aggeggio di alluminio davanti alla finestra. Ma alla fine si mise l’animo in pace. Di mettere l’antenna sul tetto neanche parlarne, sembrava che i condòmini della via Cassolo di Milano avessero come unico problema l’antenna del figlio Antonini. La cosa fu discussa in assemblea condominiale, furono interessati dei legali che interpretarono in modo fantasioso le leggi sull’argomento, furono tutti molto aggressivi tranne un paio. Sono tutti morti (ma non l’avvocato del piano di sopra).

Il cavo d’antenna attraversava tutta la casa, un RG58 economico con perdite folli collegato alla meno peggio a una radio dotata di un decimo di watt di potenza. In più, in cucina c’era il raccordo tra due spezzoni di cavo saldati tra loro con tanti saluti all’impedenza. Era tutto molto sgangherato, ma funzionava e io ero entusiasta del mio futuro da radioamatore.

La radio Sony finì al centro di montaggi e smontaggi di appendici che ne portarono la potenza a 2 watt, quando l’amplificatore non entrava in autooscillazione. Aggiunsi anche un paio di altri canali riuscendo a visualizzarli sui primi display a sette segmenti a led, ma poco tempo dopo riuscii a comprarmi una radio di altro livello, con tre canali e 5 watt.

Qualche anno fa le ho ricomprate, le Sony, poi le ho rivendute, poi le ho ricomprate in versione di alluminio nero, e queste me le tengo. Eccole.