Sanjay Nigam – Transplanted Man

New York, un ospedale per immigrati con medici immigrati – indiani soprattutto, e coreani, vietnamiti, asiatici in genere.
Il racconto si sviluppa attorno ad alcune figure: Sonny (il protagonista), la sua fidanzata (una tipa molto nervosa, che in stati d’agitazione deve far sesso a tutti i costi e ingozzarsi di cioccolato), vari medici tra cui lo scopritore della sostanza antinsonnia, e il transplanted man: un importante uomo politico indiano dalla salute cagionevole, ricoverato in incognito, cui sono stati trapiantati tutti gli organi vitali. Più comprimari, e quello che pur non parlando mai fa da enzima all’intera vicenda, l’hypokinet­ic man, individuo misterioso che attraversa la città in stato catatonico un centimetro alla volta (chiude il libro e dovrebbe anche aprirlo, credo, ma qui mancano le prime diciassette pagine).
Di questi personaggi il renowned doctor and scientist Nigam fa buon uso fino a metà racconto. Tanti percorsi promettenti e bene impostati ed elaborati: il medico Sonny alle prese con il transplanted man di cui si fa carico anche emotivamente; il paziente ricoverato per infarto che Sonny aiuta a fuggire dalla moglie e dall’amante; la vicenda coniugale in cui il marito azzanna una chiappa della moglie e questa si rivolge a una consulente che la convince a mandare all’aria il matrimonio; lo psicologo Giri cui gli indiani si rivolgono come dottor Guru – con la deferenza dovuta a un sant’uomo (lui lascia fare, male non fa). Sono vicende che vanno oltre la battuta, sono ben costruite, si entra in un mondo bislacco e divertente.
Solo che a metà del libro Nigam fa capire che ha in serbo dei messaggi – ha pronta una o più morali. E il racconto va a farsi friggere.
Così l’uomo ipocinetico diventa forse un mistico che entra forse in contatto con Sonny durante gli episodi di sonnambulismo di quest’ultimo, che però forse sono altra cosa rispetto al sonnambulismo. Tant’è che in uno stato forse di trance Sonny guarisce perfettamente l’uomo trapiantato agonizzante (non si saprà mai come abbia fatto), il quale però viene ucciso a tre pagine dalla fine del libro, libro che finisce con Sonny che s’infila «between the doors [della metropolitana] just before they shut. The train gathered speed. So did the hypokinetic man». Due colleghi di Sonny partono per un viaggio motociclistico dell’India (interiore, ovvio); il ricercatore sull’insonnia se la vede brutta perché gli rubano le cavie, poi però ne ritrova una e si salva e salva l’azienda farmaceutica che ha puntato su di lui… Salta fuori anche la madre di Sonny, la quale annuncia al figlio che il padre che lui non ha mai conosciuto vuole incontrarlo, ora che sta per morire, ma Sonny non fa in tempo, ah drammone – e poi il sonnambulismo ha a che fare con il padre non conosciuto! La fidanzata lo lascia, mica può restare con un tale rompiballe.
Insomma, una baraonda di fatti scopertamente edificanti da cui uno si distacca rapidamente anche se dispiaciuto. Il racconto diventa sciatto, si entra in contatto con moralismi à la Jung – bisogna riflettere, chissà, magari trovare se stessi, o meglio, il proprio luogo o magari non-luogo: il testo è pieno di riferimenti ad «altri luoghi», alcune volte blandamente suggestivi, altre vere e proprie scemenze, come le bolle visualizzate dalla fidanzata irrequieta al corso di yoga antisesso, nelle quali intrufolarsi e trovare un mondo «lì» da cui vedere il mondo «qui» e in cui trovare pace dei sensi; o la tiritera finale del transplanted man a Sonny perché vada in India – ah, le radici!; o ancora il cane Tandoori che lascia Sonny e la sua fidanzata, perché è un cane di strada e la strada è il suo mondo, pur accompagnando fino a casa Sonny sonnambulo.
Non male fino a metà. Poi sempre peggio. Scrivendo questa scheda, ripensandoci bene – che boiata.

 

Andrea Antonini, 18 aprile 2002