Andrew Solomon – The Noonday Demon. An Anatomy of Depression

Dopo aver attraversato una pesante esperienza di depressione, lo scrittore Solomon ne dà conto in questo libro allargando il discorso alla malattia in generale e alle sue diverse sfaccettature. È una genesi non inusuale di libri come questo.
Nonostante Solomon sia uno scrittore capace, questo suo libro è da scartare, per diversi motivi cui fa da enzima la notevole mole.
Il motivo più rilevante è la scarsissima attendibilità scientifica del discorso. Depressione, ansia, psichiatria, psicoanalisi, psicofarmaci – tutto viene troppo generalizzato e semplificato, tendendo addirittura a fare il gioco di quel DSM-IV di cui, giustamente, Solomon mette in luce l’insensatezza.
C’è un contrasto tra la qualità delle descrizioni prese una per una, modularmente, tra le introspezioni dell’autor­e e la confusione del suo discorso principale – in fin dei conti questa dovrebbe essere una anatomy of depression, mentre è la depressione, anzi la «depressione» (vedi poi) vista dagli occhi dell’ex depresso. Se davvero l’obietti­vo di Solomon è «to inform both doctors and patients so taht they may achieve satisfactory resolutions of depressive pain» (p. 7), ha fallito in pieno.
Fosse solo una questione di qualità scientifica forse si potrebbe sorvolare, ma a risentirne è anche la scorrevolezza del libro, che diventa man mano un percorso sempre più accidentato.
Una selezione non la vedo possibile, ci vorrebbe un intervento d’alleggerimento e di riscrittura che solo l’autore potrebbe, volesse, fare, ma non ne vale la pena.
Si può o meno accettare la «psicoanalisi», la «psicologia cognitiva», la «psicologia vattelappesca». Resta il fatto che ciascuna di queste scienze umane possiede un grado più o meno spiccato di coerenza interna e parametri che la rendono più o meno collegata ad altre posizioni, teoriche e poi pratiche. Che senso ha dire «uno psicoanalista di Boston», «uno psichiatra di Milwaukee», o contrapporre una generica «psicoanalisi» a un’altrettanto generica «farmacologia»?
E ancora: i «sintomi» descritti possono appartenere alla «depressione», ma facilmente accompagnano altre dimensioni di malessere dell’animo – arrivo a obiettare che si potrebbe persino dubitare che Solomon abbia sofferto di depressione. E che c’entrano le spaventose disgrazie dei cambogiani deturpati nel fisico e nella mente con le sottigliezze freudiane della Crisi della civiltà o con le metafisiche junghiane? E anche, per esempio, passare in rassegna teorie evolutive così, di sfuggita, o mischiare medicina con poesia, o dire che in Grecia ci sono pochi suicidi non perché non si ammazzino, ma perché non si dice altrimenti niente sepoltura in terra consacrata? Tutto buttato lì, assieme ai mezzi più comuni per uccidersi – come se c’entrasse con la depressione.

Insomma, qual è il lettore di questo libro? Uno che c’è passato, è passato attraverso la schiera di rimedi miracolosi e farmaci pesanti, ha incontrato psico-ciarlatani e psicoanalisti seri? O chi sta attraversando il proprio disagio? O i suoi parenti?
Troppa confusione, troppa indeterminatezza, troppi dubbi per uno bravo scrittore, che è da sperare tornerà al lavoro che gli è proprio.

 

Andrea Antonini, 1 dicembre 2000