Yaron Svoray & Richard Hammer – Blood From a Stone. The Hunt For Forty Uncut Diamonds Plundered by the Nazis and Buried by Two American GIs

Il conferenziere Svoray viene avvicinato da Max Cohen (un nome inventato), il quale gli racconta che durante la guerra aveva prestato servizio militare per gli Stati Uniti come scout. Missioni pericolose assieme a un compagno, a molti compagni, tutti morti.
In Francia, un giorno Cohen assalta una casa e ne uccide gli occupanti, ufficiali delle SS. La casa era un deposito segreto di beni rubati agli ebrei. Tra quelle ricchezze, Cohen sceglie quaranta enormi diamanti e se li porta con sé. Al suo compagno, Tommy, i diamanti non interessano che ne faccia quello che gli pare.
La situazione vuole che Cohen debba nascondere i diamanti, fino a quando potrà tornare a riprenderseli, dopo la guerra. Ma non li ritroverà mai, nonostante tutti i tentativi.
Entra in scena Yaron Svoray, che raccoglie il racconto di Cohen – un racconto sentito da tanti e sempre deriso – e si lancia alla ricerca. Nessuna motivazione filantropica, nessun desiderio di restituire i diamanti alle famiglie ebraiche, solo il sogno di ripianare le proprie finanze, oppure chissà, si vedrà.
Tra soldati scomparsi, finanziamenti di case cinematografiche, viaggi inutili, alla fine Svoray troverà le pietre, che prenderanno però una strada migliore che non le sue tasche – lui potrà tenerle in mano solo un minuto, in un cappello da baseball.

Intervallate alla vicenda sono alcune schede sui diamanti, la storia dei più famosi, l’Olanda e i suoi tagliatori sotto il nazismo, eccetera.

Il libro è piuttosto noioso, soprattutto le prime cento pagine. La storia è in effetti affascinante (benché se ne siano già sentite mille altre uguali – vere o false che fossero), ma il tutto è statico, un resoconto dignitoso solo nei dettagli sui campi di concentramento o nel ricordare quanto quei diamanti fossero impregnati di sangue.

Sarà che la guerra si allontana nel tempo, fatto sta che questi libri recenti sulle vicende di allora – anche quando le vicende sono del tutto particolari come questa – sono quasi sempre laconici, limati e risistemati, privi di asprezze. Cohen uccide come in un telefilm d’azione – poi rinuncerà alla ricerca tormentato dai ricordi di morte, ma rimane comunque un vuoto emotivo, manca contatto con i fatti.
Storia debole, racconto fiacco.

 

Andrea Antonini, 12 luglio 2000