William Benzon – Beethoven’s Anvil

In questo ponderoso ma non poderoso libro, Benzon dichiara di voler discutere di alcuni aspetti dell’esperienza musicale. Ma Benzon tende un po‘ a barare: abbiamo qui di tutto un po’, dalle banalità più infime ai richiami alla letteratura standard sulla psicologia della musica, a dissertazioni storico-filosofiche. «[…] I will [not] neglect such traditional topics as rhythm, harmony, and form. Rather, I will situate them within a discussion of music as lived and performed experience» (p. 25), dice, e conduce il lettore lungo percorsi quasi casuali, pesanti per chi passava per caso e inutili per chi con gli argomenti se la cava.

Gli studi sulla psicologia della musica (psicologia nel senso più ampio possibile) sono ormai numerosi. Da un lato abbiamo scienziati che trattano i suoni e l’uomo come qualsiasi altro argomento d’indagi­ne scientifica, per esempio studiando in laboratorio le reazioni ai suoni nella varie parti del cervello (tra i più noti è il testo, vecchiotto, Music, Mind, and Brain, curato da M. Clynes); dall’altro c’è chi tenta di rifarsi alla semantica, o alla grammatica generativa (A Generative Theory of Tonal Music, di F. Lerdahl e R. Jackendoff), o comunque a teorie non biologiche che già abbiano prodotto qualche risultato nella ricerca dei «significati». Non mancano teorie generali in attesa di illuminazioni specifiche. Nel complesso, il panorama è simile a quello degli studi sulla coscienza, e la cosa non stupisce appartenendo la musica alla medesima dimensione (ma è la mia opinione).
Ciò che manca, credo, sono impostazioni teoriche che pur assimilandolo, si disinteressino del già fatto, anche a costo di fare affermazioni eventualmente tutte da dimostrare.

Be’, questo di Benzon non è né un riassunto né un testo teorico. Non mancano spunti interessanti, ma come libro in sé è da scartare.

 

Andrea Antonini, 20 luglio 2001